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venerdì 26 giugno 2026

L'altra pensione, guida ai rischi

Fonte: L'Espresso
12 giugno 2026
Da lunedì 15 giugno e fino a venerdì si possono sottoscrivere i nuovi titoli di Stato indicizzati all’inflazione, battezzati con un nome peculiare: Btp Italia Sì. Avranno una durata quinquennale e partiranno da un tasso fisso di base dell’1,6%, a cui si aggiungerà l’aggancio semestrale all’inflazione per costruire la cedola riconosciuta agli investitori. Il tasso fisso potrebbe essere rivisto al rialzo in base al collocamento complessivo che sarà reso noto venerdì. Come sempre, il Btp durante il collocamento è acquistabile alla pari, senza commissioni, con un taglio minimo da mille euro. Il trattamento fiscale è quello leggero dei titoli di Stato, con aliquota del 12,5% ed esenzione dalle imposte di successione.

Investire nei btp è una scelta sensata per molti risparmiatori. Tutelano bene l’investimento, perché le cedole semestrali in pratica restituiscono la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione. Ciò avviene addirittura al netto della ritenuta del 12,5% d’imposta grazie alla maggiorazione prevista, almeno finché il costo della vita in Italia non rincara oltre l'11,2% annuo. Se però uno non reinveste gran parte di quanto riceve ogni sei mesi, progressivamente il capitale investito si riduce in termini reali. Spendendo le cedole, lo erode. Il Tesoro, anziché cercare o commissionare nomi nuovi per le proprie emissioni, potrebbe emettere titoli come le Oat-i francesi, cioè con la stessa struttura più difensiva offerta dalle Oat-ei o dagli stessi Btp-ei, ma agganciati ai prezzi interni e non dell’eurozona.

Le caratteristiche dei Btp Italia Sì 23-6-2031 sono riportate dal Tesoro al link. Hanno scritto da più parti che essi sono più semplici dei precedenti. Ma si differenziano solo per un aspetto marginale nella formula del calcolo delle cedole, fra l’altro leggermente peggiorativo. 

Nell’insieme, però, resta complicatissimo interpretare tutte le clausole di tali prestiti. Di sicuro comprendere esattamente il meccanismo di indicizzazione al costo della vita è difficile anche per studenti di corsi di laurea in matematica.

Però a monte non c’è nessun imbroglio, bensì al contrario un sistema per stare dietro all’inflazione con ritardi minimi. E questo è un discorso generale per gli strumenti indicizzati al costo della vita. Vale anche per i buoni postali indicizzati decennali.

sabato 9 maggio 2026

Vi spiego come ci si difende dai rincari di benzina, diesel e gas

Fonte: Open
10 aprile 2026

Ci sono molti strumenti e prodotti finanziari da utilizzare per difendersi dal carovita e dal carobenzina. Ma bisogna utilizzarli con attenzione. Perché potrebbero nascondere delle trappole. Lo spiega il professore di matematica Beppe Scienza, ombudsman dei risparmiatori italiani, in questa intervista a Open. Per la quale ha preparato anche un quiz per i lettori sul tema. I rincari di benzina, diesel e gas, sostiene Scienza, possono essere per esempio ammortizzati attraverso i contratti futures sul petrolio: «Se ne compero e il petrolio sale, il guadagno compensa gli aumenti che mi ritrovo quando faccio benzina».


Come difendersi dal carovita (e dai prezzi crescenti di benzina e diesel)

I futures sono contratti derivati simmetrici e standardizzati, negoziati su mercati regolamentati, che impegnano le due parti a scambiare una determinata attività (finanziaria o reale) a un prezzo prefissato e a una data futura prestabilita. Scienza porta un’applicazione concreta dell’investimento: «Prendiamo il più piccolo: il future Micro Wti Crude Oil che è indicizzato al petrolio Wti-West Texas Intermediate (qualità di riferimento). Ragioniamo su un prezzo di 100 dollari. Se ne compro uno, in qualche modo blocco il prezzo di cento barili. Se il petrolio sale del 30%, guadagno nell’ordine dei 2.500. Ciò compenserebbe il maggior costo di parecchi pieni del serbatoio».

venerdì 24 aprile 2026

Lingotti d’oro. Ecco perché vanno bene solo per le banche centrali e meno per i risparmiatori

Fonte: Il Fatto Quotidiano
16 febbraio 2026

È dubbio che convenga investire in oro. In ogni caso è bene non credere alla pubblicità, spesso ingannevole, delle ditte che lo vendono. Non voglio però imporre la lettura del mio recente libro ”Oro, bene rifugio o trappola?”, per cui riassumerò qui gli avvertimenti più importanti.

Inflazione. È sbagliato rivolgersi all’oro per una valida difesa dall’inflazione. A volte ha protetto da essa, a volte no. Funzionò negli anni ’70 del secolo scorso, ma poi causò perdite anche dell’80% in potere d’acquisto. Nessuno conosce le quotazioni future, ma di sicuro sono molto più adatti e più affidabili i titoli e buoni postali indicizzati all’inflazione. Per giunta il trattamento fiscale italiano dell’oro rema contro la sua capacità di proteggere i risparmi in scenari fortemente inflattivi.

sabato 28 marzo 2026

L’oro vola ma attenti alle trappole. Beppe Scienza: “Il prezzo è totalmente imprevedibile”

Fonte: La Stampa
23 febbraio 2026
L’oro torna sopra i 5mila dollari l’oncia e tutti si chiedono come interpretare rialzi e ribassi. Beppe Scienza, matematico e docente all’Università di Torino, da anni invita i risparmiatori alla prudenza e lo ha fatto anche nel suo ultimo libro: “Oro: Bene rifugio o trappola?”, pubblicato da Ponte delle Grazie.

Come bisogna interpretare i continui record delle quotazioni dell’oro?

«L’aumento del prezzo è certamente legato alle preoccupazioni politiche e monetarie. Anche se i tassi di interesse non sono più particolarmente bassi, l’oro continua a essere visto come uno strumento di protezione. Non si tratta di speculazione nel senso di manipolazione dei prezzi, ma piuttosto del risultato delle convinzioni e dei timori degli investitori. I principali fattori di spinta sono stati negli ultimi due anni la guerra in Ucraina e le tensioni geopolitiche globali, comprese le preoccupazioni per potenziali conflitti con l’Iran».

Chi sono i principali acquirenti di oro in questo momento?

«Le banche centrali e i privati. Le banche centrali acquistano oro per diversificare le riserve valutarie, mentre i privati lo comprano sia in un’ottica speculativa che con obiettivi di sicurezza personale».

Questo è un buon momento per acquistarlo?

«È difficile dirlo con certezza. Non è possibile prevedere se tra un anno il prezzo dell’oro sarà di nuovo sopra i 5mila dollari l’oncia o tornerà in area 3mila. Storicamente, i momenti migliori per investire in oro sono stati quelli di grande incertezza. Attualmente viviamo un periodo di forte tensione geopolitica, ma la decisione dipende dagli obiettivi individuali dell’investitore. Se le tensioni geopolitiche dovessero continuare o intensificarsi, è probabile che il prezzo continui a salire».

Lei ha scritto un libro mettendo in guardia i lettori sul fatto che l’oro è un bene rifugio ma può essere una trappola. Cosa significa?

«È considerato un bene sicuro contro l'inflazione. Tuttavia, a volte può essere una trappola: uno lo compera, poi il prezzo incomincia a scendere, e se lo tiene perché non vuole realizzare la perdita. Bisogna stare attenti a questa dinamica psicologica quando si investe in oro».

I titoli di Stato sono un’alternativa per chi cerca un bene rifugio?

«Dipende da cosa si intende per “rifugio”. Se si parla di difesa dall’inflazione, allora i titoli indicizzati all’inflazione, come alcuni buoni postali e alcuni titoli di Stato, sono efficaci. Se invece si intende protezione in caso di un grande crack finanziario o chiusura delle borse, allora l’oro può avere senso come estrema ratio. In quest’ultimo scenario, l’oro fisico diventa rilevante perché rappresenta un bene reale estraneo al mercato finanziario».

Quali sono gli strumenti migliori per investire in oro?

«La risposta dipende dagli obiettivi. Se lo scopo è la speculazione, è meglio utilizzare strumenti finanziari come gli Exchange Traded Commodities (Etc) o i futures sull’oro, che permettono di entrare e uscire rapidamente dal mercato a costi molto bassi. Per sicurezza psicologica, se si vuole avere qualcosa di tangibile, che si può toccare con mano, allora ha senso acquistare oro fisico. In questo caso, è consigliabile preferire le monete d’oro (come le sterline e i marenghi) piuttosto che i lingotti, perché sono più facili da vendere e sono più facilmente riconoscibili i falsi».

Quali sono i vantaggi? 

«L’oro fisico ha un vantaggio quasi unico: è una riserva di valore anonima e non tracciabile, come le banconote. Questo aspetto interessa alcune persone per ragioni di privacy e sicurezza. A differenza dei conti correnti o dei titoli nominativi, l’oro fisico può essere trasferito senza lasciare traccia. Questo è particolarmente rilevante in scenari di crisi estrema - così per esempio, la Russia non rischia di perdere il proprio oro fisico come invece è successo con i titoli registrati presso banche straniere che possono essere congelati».

sabato 28 febbraio 2026

Il silenzio-assenso sul Tfr: ecco perché è un trucco per arricchire i fondi

Fonte: Il Fatto Quotidiano
21 dicembre 2025

La Legge di Bilancio, nota anche come Finanziaria, interverrà anche sulla previdenza integrativa. Nella farragine di modifiche previste nell’ultima versione disponibile, parecchie sono minime. Ne esamineremo due invece di notevole rilevanza.

La trappola scatta prima. A partire dal 1° luglio 2026 è prevista fin da subito “l’adesione automatica alla previdenza complementare, con facoltà di rinuncia entro sessanta giorni, per i lavoratori dipendenti del settore privato di prima assunzione”.

Ora per i nuovi assunti l’adesione silente, cioè forzosa, avviene solo dopo sei mesi. Nella nuova versione uno avrà quindi molto meno tempo per difendersi. Sarà cioè più facile ingabbiare i distratti. Non servono lunghi discorsi per spiegare quanto ciò sia peggiorativo.

venerdì 16 gennaio 2026

Previdenza. Così quella dedicata ai bimbi gonfia gli iscritti ai fondi pensione. Il caso del Trentino

Fonte: Il Fatto Quotidiano
24 novembre 2025
Si incomincia nel piccolo, in alto a destra sulla carta geografica, cioè nel Trentino/Sudtirolo. Dall’anno prossimo la Regione metterà soldi, in tutto 1.100 euro, se uno ingabbia il suo bambino nella previdenza integrativa e versa qualcosa anche lui. D’altro canto la Regione è già presente nel settore coi fondi di Pensplan. L’idea circola da tempo pure a livello nazionale e c’è da aspettarsi che venga copiata. A dispetto dell’apparenza, più che a un regalo assomiglia a una polpetta avvelenata.

Tali iniziative - analogo discorso vale per l’iscrizione automatica di tutti i dipendenti prevista da alcuni contratti di lavoro - concorrono a gonfiare surrettiziamente la percentuale delle adesioni alla previdenza integrativa, decisamene bassa. Questa è una spina nel fianco di quanti ne traggono profitti, prebende o poltrone. Se è una tale meraviglia, perché tanti la rimutano? Mettiamoci dentro anche i poppanti. Magari non verseranno poi più nulla, ma fanno numero.

venerdì 19 dicembre 2025

Btp valore. Sette aspetti (quasi tutti negativi) da tenere a mente per chi vorrà acquistare i Buoni

Fonte: Il Fatto Quotidiano
6 ottobre 2025

In effetti non si sa ancora tutto dei Buoni del Tesoro Poliennali, denominati Btp Valore, in offerta dal 20 ottobre. Ma sono partiti subito i commenti e - diciamolo pure - le sviolinature. Un coro di apprezzamenti a cui, nel mio piccolo, affiancherò una voce dissonante. Giudicheranno i lettori se è più convincente il coro plaudente o il mio controcanto. Si leggono infatti quasi solo osservazioni positive o che vogliono apparire tali: la perfezione è di questo mondo.

Primo: i Btp Valore sarebbero riservati ai piccoli risparmiatori italiani. Ma uno può sottoscriverne anche due milioni di euro! E pure se è straniero.

Secondo, viene sbandierato un premio di rimborso per chi li tiene sino alla scadenza nel 2032, che è una miseria: uno 0,09% annuo netto.

Terzo, per piaggeria o per ignoranza viene spacciata per difensiva la struttura di interessi crescenti, detta step-up: possono partire da un 3% annuo lordo per arrivare al 4% o più nell’ultimo biennio. Ma le quotazioni se ne fregano di ciò: conta il tasso finanziariamente medio.

Quarto, le cedole sono trimestrali e non semestrali. Ma ai tempi dei tassi al 20% faceva una bella differenza incassare 5 ogni tre mesi o 10 ogni sei. Ora cambia davvero poco… salvo per il piccolo risparmiatore che dicevamo, che ne sottoscriverà due milioni e non 20 mila euro.

Quinto, le cedole vengono presentate come un gradito reddito aggiuntivo a disposizione dei risparmiatori. Ma solo una metà si prospetta come reddito vero, cioè reale. L’altra metà, nell’ordine quindi dell’1,5% annuo, se la porta via l’inflazione. Spendere tutti gli interessi significa attingere al capitale.

Sono quindi una schifezza? No, sono né belli né brutti. E comunque a parte buoni e libretti postali - sesto - si tratta del solo investimento permesso ai un cliente accorto di Bancoposta, il quale saggiamente evita come il Covid tutti i vari fondi, gestioni, polizze, pip, pac che gli propongono con insistenza fastidiosa.

Allargando poi l’orizzonte - settimo - attualmente rappresentano una bella concorrenza i titoli del Tesoro francese indicizzati al costo della vita dell’eurozona, cioè le Oatei (genere grammaticale femminile!), con rendimenti allineati allo stesso livello. Difendono dall’inflazione e permettono di diversificare il rischio emittente.

sabato 22 novembre 2025

Gli Etf diventano attivi, cioè rischiosi e opachi come tutti gli altri strumenti

Fonte: Il Fatto Quotidiano
17 agosto 2025
Di per sé Etf sta semplicemente per Exchange Traded Fund, cioè fondi trattati in Borsa. Ma l’abbreviazione ha assunto un significato più specifico. Di fatto è venuta a designare fondi non solo quotati, ma anche passivi. Col che si intende che sono impostati per replicare fedelmente un indice come il Ftse Mib, cioè l’evoluzione del vecchio Mib 30 delle principali azione italiane, o lo Standard & Poor 500 di altrettanti titoli americani. La denominazione rimanda al fatto che il fondo copia passivamente il mercato, senza iniziative discrezionali.

A molti ciò appare positivo, perché i gestori che scelgono in che titoli investire mediamente fanno peggio. Di regola, come ripeteva l’ufficio studi di Mediobanca, “distruggono ricchezza”. Meglio affidarsi a un automatismo cieco che a qualcuno chi si crede più furbo del mercato e inoltre può approfittare dei soldi affidatigli per fare favori a questo o a quello.

venerdì 17 ottobre 2025

Beffa buoni fruttiferi: rimborsi sbagliati e soldi chiesti indietro ai risparmiatori

Fonte: Il Fatto Quotidiano
18 agosto 2025

 Migliaia di risparmiatori che avevano un buono fruttifero, già rimborsato, hanno ricevuto una raccomandata da BancoPosta in pratica di questo tenore: “Vi abbiamo accreditato troppi soldi. Ora preleveremo la differenza dal vostro conto”. A uno che aveva investito 10 mila euro nel marzo 2015 in buoni indicizzati all’inflazione del tipo J47 erano arrivati dopo 10 anni 14.270 euro anziché 12.038, come avrebbe dovuto essere in base al regolamento. 

Da tutti i documenti inviati dai risparmiatori e che Il Fatto ha visionato appare indubbio che si è trattato solo di un errore, che comunque ammettono sia le Poste che la società emittente. 

È scontata anche la buona fede: una banca o altro soggetto che vuole imbrogliare i clienti non gli versa più soldi, ma meno di quanti dovuti. In effetti qualcuno bravo a fare i conti, come un ingegnere di Villar Dora (Torino), mi ha segnalato che l’accredito gli era parso troppo alto. Corrispondeva a un rendimento del 43% circa nei dieci anni passati, di cui solo il 2022 con un’inflazione elevata. 

lunedì 22 settembre 2025

Mercato dei certificati. Non tutti sono da rifiutare. Ma meglio comprarli in Borsa, non all’emissione

Fonte: Il Fatto Quotidiano
30 giugno 2025
Nel campo del risparmio e della previdenza le formule diverse da quelle tradizionali di regola sono state escogitate all’unico fine di portare via soldi ai clienti. È così da decenni. Ciò è vero per i piani di accumulo di capitale (pac), le polizze vita finanziarie, i fondi pensione, i piani pensionistici e così via, tutti da rifiutare in blocco, senza perdere tempo in inutili approfondimenti.

Fra le novità rientrano certo anche i certificati (o certificates in inglese), diffusi da alcuni anni. Sono titoli complessi, difficili da valutare nei dettagli. In genere promettono il rimborso del capitale dopo qualche anno, maggiorato dell’eventuale salita di una determinata azione, Borsa, valuta o merce. In compenso il risparmiatore rinuncia a interessi o dividendi della somma investita.

Anche questi sono da rifiutare, con rare eccezioni, quando vengono proposti da banche o sedicenti consulenti. Ma tali titoli sono poi quotati e così il discorso cambia. Si possono comprare in Borsa come le azioni, le obbligazioni o i Btp; e alcuni diventano convenienti.

lunedì 25 agosto 2025

Cosa sono i certificates proposti dalle banche e convengono davvero ai risparmiatori?

Fonte: Open
16 giugno 2025
Beppe Scienza, ombudsman dei risparmiatori italiani, spiega come funzionano e quali sono i più validi. 

I certificati o certificates sono titoli di debito con una componente di derivati. Emessi dalle banche, hanno un valore collegato alle attività finanziarie sottosostanti. Che possono essere azioni, indici azionari, tassi di interesse, valute e materie prime. Per i risparmiatori sono una novità rispetto ad azioni e obbligazioni. Possono essere più o meno rischiosi, più o meno complessi. Banche e reti li spingono molto. Oggi, mercoledì 18 giugno è previsto il webinar I certificati convengono ai risparmiatori? organizzato dal professor Beppe Scienza dell’Università di Torino. Open ha posto al professore e ombudsman dei risparmiatori alcune domande sull’argomento.

Questa volta c’è un prodotto bancario su cui lei non spara a zero. I banchieri sono diventati buoni?

«Non mi risulta. Oltretutto i loro comportamenti discendono da convenienze obiettive più che dalla loro volontà. Il punto è che i certificati non rientrano nel risparmio gestito. Sono piuttosto paragonabili alle obbligazioni. Infatti pure fra di esse ne esistono da non scartare, soprattutto fra quelle già in circolazione».

Cosa sono i certificati o certificates, come anche si dice?

«Tecnicamente sono titoli sintetici costruiti inglobando un’obbligazione (a cedola nulla) e una o più opzioni».

Non è molto chiaro, così.

«Concordo, meglio evidenziare per cominciare i loro vantaggi. Essi permettono anche a un piccolo risparmiatore di scommettere su un mercato azionario, per es. la Borsa italiana o Eurostoxx 50 cioè le principali azioni dell’eurozona. Oppure su una singola azione o su materie prime, ma ottenendo quanto investito o poco meno, se si perde la scommessa».

Ma questo è un miracolo?

«Non è la garanzia del capitale a fronte della rinuncia ai dividendi. A proposito: fare attenzione che siano certificati a capitale proprio garantito e non condizionatamente protetto, che non significa nulla».

Nessuno svantaggio?

«Sì invece. Manca ogni protezione dall’inflazione e lo stesso rendimento nominale a scadenza può risultare nullo».

Ma nella sostanza lei consiglia di sottoscrivere i certificati che banche e reti propongono?

«Nient’affatto! Ben di rado quelli proposti in sottoscrizione sono i migliori, anzi di regola sono i peggiori, perché incorporano alti costi di “fabbricazione”. Cioè margini di guadagno per l’emittente e la rete di vendita. Di regola io non guardo neppure le loro caratteristiche: li scarto in blocco. Ci sono invece certificati interessanti fra le centinaia in circolazione».

Come individuarli?

«Purtroppo i certificati sono titoli complessi e a volte anche troppo complicati. Adotterei due regole, forse semplicistiche ma sensate. Primo, comprarne solo con rimborso garantito e prezzo inferiore o poco superiore. Se il rimborso garantito è 100, non ne prenderei uno che quota 110 o più. Secondo, evitare quelli che non si capiscono».

Ma come capirne il funzionamento?

«Ci sarebbe un documento, il Kid, in genere alquanto lungo. Dati sintetici (scadenza, minimo garantito, mercati o titoli cui è indicizzato) si trovano in questo sito fornendo il codice Isin del certificato che interessa».

C’è un problema di tagli minimi?

«Di rado, diversamente che con le obbligazioni dove le migliori spesso richiedono un investimento minimo sui 100.000 o 200.000 euro o dollari».

lunedì 21 luglio 2025

Btp Italia. La ventesima emissione dei titoli (tra i più sicuri) che non piacciono alla Germania

Fonte: Il Fatto Quotidiano
26 maggio 2026
Non pochi risparmiatori si domandavano quando sarebbe arrivato un nuovo titolo del Tesoro indicizzato all’inflazione italiana. I pochi che seguono le cose tedesche forse addirittura disperavano, temendo una decisione analoga a quella della Germania di non emettere più titoli reali. Ma le istituzioni italiane non provano la stessa allergia per ogni indicizzazione ai prezzi, retaggio indiretto dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar.

Oltre tutto in Italia le nuove emissioni sono le sole accessibili agli sventurati clienti di Bancaposta, che gli impedisce di comprare tutti i titoli già in circolazione. Una pesante forma di ostruzionismo per spingerli verso polizze, fondi pensione e l’altra roba simile che gli vuole rifilare.

lunedì 9 giugno 2025

Fondi pensione. Ecco perché gli sbandierati vantaggi fiscali non reggono alla prova dei numeri

Fonte: Il Fatto Quotidiano
5 maggio 2025
L’argomento delle imposte è il più usato e anche il più convincente a favore della previdenza integrativa. Sono frequentissimi discorsi del tipo: “Destinando ad essa il trattamento di fine rapporto (Tfr), esso verrà tassato al massimo al 15% anziché al 23% o peggio. Ciò significa almeno un 8% in più di rendimento, per cui è sicuro che il trasferimento conviene, anche se i titoli nel fondo pensione rendono poco”.

Peccato che i conti della serva facilmente ingannino, soprattutto quando valutazioni accurate sono tutt’altro che semplici. Per questo il Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha recentemente organizzato un convegno su "I vantaggi fiscali dei fondi pensione alla prova dei numeri" da cui sono emerse conclusioni che smentiscono quanto affermato su fondi pensione e simili.

lunedì 12 maggio 2025

Prelievo forzoso. Per il riarmo l’Ue non prenderà i risparmi sui c.c. In arrivo, però, le solite trappole

Fonte: Il Fatto Quotidiano
31 marzo 2025
Ha destato preoccupazioni la notizia che l’Unione Europea vorrebbe utilizzare l’enorme massa di denaro giacente sui conti bancari “per finanziare i suoi obiettivi strategici” fra cui le spese militari. In Rete, ma anche su qualche giornale, si è letto che i conti correnti verranno saccheggiati per l’acquisto di armi o altro. Messo in questi termini, l’allarme è del tutto infondato. Ciò non toglie che sussistano alcuni rischi reali, ma al riguardo occorre fare due discorsi nettamente diversi.

Da un lato, sull’immediato, ci sono venditori di investimenti, porta a porta o allo sportello, che hanno preso subito la palla al balzo. Dando credito alle voci più allarmistiche, cercano di spaventare chi ha parecchi soldi sul conto. “Lei rischia che la von der Leyen glieli porti via. Ne metta almeno la metà al sicuro in un fondo o meglio in una polizza vita”, più o meno questo è il discorso che fanno. Com’è poi strutturale nel settore, ricorrono a ogni genere di menzogne, ma solo a voce, per rifilare i peggiori investimenti che possono vendere.

In realtà i risparmiatori non corrono nessun pericolo che l’Ue o lo Stato italiano dirotti a suo piacimento soldi dai loro conti, in banca o alla Posta.

lunedì 28 aprile 2025

Mutui a tasso fisso, variabile e altre formule: qual è il più conveniente?

Fonte: Open
7 marzo 2025
Professor Scienza, i tassi d’interesse continuano a scendere, ormai convengono i mutui a tasso variabile?

Non la metterei in termini così semplici. Bisogna fare un discorso sui rischi e non solo sull’apparente convenienza economica ai livelli dei tassi del momento. 

I normali mutui sulla casa a tasso variabile sono più rischiosi anche per la struttura del piano di rimborso, detto alla francese.

Il problema è l’anatocismo, che alcuni imputano a tali piani di ammortamento?

No, quelli sono discorsi complottisti. La questione è un’altra. Le rate dei mutui per finanziare l’acquisto della casa sono programmate per essere uguali, cosa in sé sensata. Ma ciò funziona perfettamente coi mutui a tasso fisso, mentre con quelli a tasso variabile possono poi aumentare o diminuire al muoversi del parametro di indicizzazione, spesso l’euribor.

Ma chi sceglie il tasso variabile, questo lo sa e l’accetta.

Sì, ma pochi gli spiegano che se i tassi s’impennano, non è lo stesso per tutte le rate. Le prime rate salgono molto, le ultime quasi niente. Infatti le prime rate sono composte più da interessi e meno da rimborsi. Per cui uno valuta la rata che può pagare e poi di colpo essa aumenta anche del 40-50%, mettendolo in gravi difficoltà.

Quindi è meglio scegliere il tasso fisso?

Ci sono anche altre soluzioni. Innanzi tutto la formula del tasso variabile con cap, ovvero con un tetto. Il contratto prevede un limite massimo per il tasso applicato di mese in mese o di semestre in semestre. Così la rata non può andare alle stelle. Ciò si paga accollandosi una maggiorazione (o spread) più alta rispetto al parametro di indicizzazione. Non è il colmo della trasparenza.

È la soluzione che consiglia?

No, c’è n’è un’altra ancora migliore, volendo puntare su tassi alla lunga in calo, seppure con alcuni saliscendi. È il mutuo a tasso variabile ma rata fissa. Se i tassi salgono, la rata resta ferma ma il piano di rimborso finisce dopo. Ciò è meno grave. Un allungamento del mutuo si sopporta più facilmente rispetto a un improvviso forte aumento della rata. Solo se i tassi salgono molto, cresce anche la rata e non solo la durata. Ma le banche, più per pigrizia che altro, tendono a non proporre neppure tale formula. I mutui casa non sono semplicissimi, anche se meno complicati degli investimenti o della previdenza. Ho preparato un form di Google per verificare quanto uno ne sa.

venerdì 14 febbraio 2025

Caso Unicredit. Bpm, quando a scalare è il risparmio gestito

Fonte: Il Fatto Quotidiano
23 dicembre 2024
È in corso una scalata di Borsa di una banca (Unicredit) che intende inglobarne un’altra (Banco BPM), coi rispettivi amministratori che ora si guardano in cagnesco. La prima propone agli azionisti della seconda di scambiare le loro azioni con propri titoli in un determinato rapporto numerico. Ogni risparmiatore deciderà a suo giudizio se accettare o meno l’offerta, per quelle che ha in portafoglio, e non entriamo nel merito di tale scelta.

I problemi sorgono per chi ne possiede indirettamente, cioè quale cliente di un fondo comune. Questa come altre situazioni analoghe danno facilmente adito a conflitti di interessi. La faccenda è un po’ complicata, ma merita approfondire, perché la sua rilevanza va oltre il caso specifico.

Il punto è che, come spiega Marco Vinciguerra, consulente e attento osservatore dei mercati finanziari: “È normale che una banca o altra società finanziaria possa decidere su azioni di proprie concorrenti, possedute in particolare tramite fondi comuni. In altri settori non è così: Volkswagen non ha voce in capitolo su azioni di Toyota, né Ford su Stellantis e così via”.

La differenza discende dall’ingombrante ruolo assunto nella finanza dal risparmio gestito. In casi simili potrà finire che le decisioni che contano dipendano da chi personalmente non ha comprato nessuna azione, ma le ha fatte acquistare da fondi comuni, Etf, fondi pensione o assicurazioni che gestisce. In particolare risulta dalla banca dati Bloomberg che Crédit Agricole ha in pancia il 19% delle azioni di Banco BPM, tanto da apparire come primo azionista. Ma ce l’ha tramite fondi gestiti in particolare da Amundi, che appare sbilanciata sul versante Unicredit cui è legata da accordi commerciali per la vendita dei propri prodotti, mentre non ha gli stessi rapporti col Banco BPM.

Amundi possiede azioni di quest’ultimo soprattutto in Etf, ovvero fondi cosiddetti passivi che replicano un indice di Borsa. In tali casi avere quelle azioni non dipende neppure da consapevoli scelte d’investimento, ma da un automatismo per adeguare il portafoglio agli indici di riferimento. Commenta Vinciguerra: “Il fondo ha un bell’essere passivo. A fronte di una offerta sulle azioni il gestore diventa per forza attivo e decide una cosa o l’altra”.

La crescita elefantiaca del risparmio gestito fa sì che in casi simili la partita venga giocata coi soldi di altri, cioè dei risparmiatori. Ovviamente si può pensare che tutti siano onesti e in particolare nel mondo della finanza nessuno sia meno che integerrimo. Ma si può anche non crederlo.

Allora perché mai il gestore del fondo dovrebbe fare gli interessi dei risparmiatori e non quelli di altri? In particolare dei suoi superiori o al limite di chi gli paga una tangente? In ogni caso nessuno gli chiederà mai conto del suo operato. Infatti il cliente del fondo non potrà mai scoprire nulla, data la mancanza di trasparenza di tali strumenti.

venerdì 17 gennaio 2025

«Vi spiego perché l’educazione finanziaria in Italia è al servizio di banche e assicurazioni»

Fonte: Open.online
intervista 27 novembre 2024
Il professor Beppe Scienza, docente del dipartimento di matematica dell’università di Torino e ombudsman dei risparmiatori italiani, dice che la presunta ignoranza degli italiani in finanza è sopravvalutata. E che gli inviti a colmare le lacune spesso, se non sempre, degenerano spesso in pubblicità per il risparmio gestito. Per questo, dice a Open, bisognerebbe creare corsi di educazione finanziaria «non graditi alle banche».

Professor Scienza, è vero che in Italia l’ignoranza finanziaria è diffusa?

Questa storia risale ai crac delle banche popolari del 2015-2017. Per scrollarsi di dosso la colpa per i soldi persi dai risparmiatori, cercarono di ribaltarla sulla loro scarsa cultura finanziaria. Ma le perdite furono conseguenza invece dei falsi in bilancio e dei consigli sciagurati degli sportellisti ai clienti.

Però ci sono indagini che dimostrano che è carente la cultura finanziaria degli italiani.

Ma chi commissiona tali indagini? Vedi per esempio l’Edufin Index che darebbe agli italiani un voto (59 su 100) che definisce insufficiente. È un’iniziativa di Alleanza Assicurazioni, cui fa gioco che gli italiani appaiano incompetenti e quindi bisognosi di consigli. In ogni caso la scelta di domande, punteggi, soglie ecc. è del tutto soggettiva.

Quindi lei boccia le iniziative di educazione finanziaria, che sono arrivate a oltre 1.100 nel mese di novembre a essa dedicato #Novembreedufin2024?

C’era un proverbio: tutti i salmi finiscono in gloria. Con l’educazione finanziaria accade qualcosa di simile. Conferenze, lezioni, webinar ecc. di regola finiscono con l’esortazione a sottoscrivere fondi, polizze e piani pensionistici. Insomma l’educazione finanziaria degenera facilmente in propaganda al risparmio gestito e alla previdenza integrativa.

Bisogna diffidare dalle iniziative promosse da banche o assicurazioni?

Non solo. Spingono per la previdenza integrativa anche le Poste. Poi le banche sono furbe. Hanno creato un’entità apposita, la Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (Feduf), attivissima a organizzare conferenze, corsi ecc. Per capire dove vadano a pare, basta pensare a chi li finanzia.

Ma da quest’anno l’educazione finanziaria è anche materia scolastica.

R. Purtroppo sì. Mi aspetto quindi pretesi esperti, invitati nelle scuole per spiegare ai ragazzi che, se i genitori gli vogliono bene, devono iscriverli subito a un fondo pensione. Si è già visto.

Ma lei non ne salva nessuno?

Pochi. L’associazione di consumatori Adusbef per esempio non è pappa e ciccia con l’establishment assicurativo-finanziario. Nel mio piccolo poi cerco di fornire informazioni obiettive. Si veda un form di Google “Educazione finanziaria, non gradita alle banche” con alcune FAQ, cioè domande dei risparmiatori e relative risposte.

sabato 28 dicembre 2024

Risparmio gestito & c. Altro che educazione finanziaria: anche a novembre si fa propaganda

Fonte: Il Fatto Quotidiano
25 novembre 2024
L’italiano è una lingua balorda. Si scrive consulenti finanziari, ma bisogna leggere venditori a provvigione o a libro paga. È scritto educazione finanziaria, ma si deve leggere propaganda per il risparmio gestito, col mese di novembre da anni a essa dedicato.

Si tratta in genere di propaganda cosiddetta istituzionale, cioè non del singolo prodotto, ma del tipo di investimento. Il giochetto è semplice: si dissuade dal fai-da-te (titoli di Stato, buoni postali ecc.) e si spinge verso i fondi comuni, le polizze vita, la previdenza integrativa. Poi con una pesca a strascico gli sportellisti e i venditori porta a porta avranno gioco facile a rifilare i loro prodotti, per quanto cari, rischiosi e opachi.

Nel programma #Novembreedufin2024 appare per esempio 34 volte Global Thinking Foundation, 35 volte Feduf e 160 Poste Italiane. Però nel comitato tecnico scientifico (!) della prima siedono soggetti inseriti o provenienti da banche o società di gestione: due da Intesa-Sanpaolo, uno da Azimut, uno da una banca popolare. La Feduf, attivissima non solo in novembre, è invece un’emanazione diretta delle banche italiane. Le Poste poi sono scatenate quanto esse a collocare fondi e polizze. In compenso non propongono nessuna iniziativa dedicata ai buoni fruttiferi postali. Sarà che ci guadagnano troppo poco. Peccato, perché nel loro ambito è presente l’impiego più sicuro che esista per un risparmiatore italiano.

sabato 23 novembre 2024

Polizze vita rivalutabili. Ecco come il vantaggio della redditività stabile si trasforma in una trappola

Fonte: Il Fatto Quotidiano
7 ottobre 2024
Una lettrice di Novara mi chiede: “Ma è normale che dieci anni fa abbia messo 300.000 euro in una polizza del gruppo Generali (Yellow Life 1) e ora riceva solo 338.000 euro?”. Purtroppo è normale. Certo che un 1% annuo è deludente: in termini di potere d’acquisto non ha neppure recuperato il capitale investito. Avrebbero reso lo stesso i tanto vilipesi buoni postali, con maggiori garanzie e nessun vincolo temporale.

Peggio ancora è andata a un cliente del Banco Bpm con la polizza Bpmvita Accumula. Versati a partire dal 2014 in tutto 11.700 euro, si è ritrovato a inizio 2024 con 11.729 euro. In pratica, zero di rendimento nominale e una perdita netta in termini reali.

Si tratta di due polizze dette rivalutabili, vendute a tutto spiano sottolineando il vantaggio di una redditività abbastanza stabile, sul 2-3% annuo lordo, per altro abbattuta da pesanti commissioni. Ma è un vantaggio che può trasformarsi in una trappola. Senza nessun aggancio all’inflazione, nel 2022 un apparente incremento del capitale anche del 2% netto si è tradotto in una perdita reale del 6-7%.

venerdì 11 ottobre 2024

Il governo vuole dare il TFR ai fondi: ecco perché non funziona

Fonte: Il Fatto Quotidiano
27 agosto 2024

La ministra del lavoro Marina Elvira Calderone ha parlato della «riapertura di un semestre di silenzio-assenso» per la destinazione del Tfr alla previdenza integrativa, cui avrebbero aderito in pochi perché «non è stata spiegata bene». In realtà è il contrario. Fosse stata presentata in modo corretto, avrebbero aderito in meno.

Il sottosegretario Claudio Durigon della Lega ha poi addirittura annunciato una proposta di legge per il trasferimento obbligatorio del 25% del Tfr nelle forme previdenziali per ovviare alle pensioni prevedibilmente troppo basse. Viste tali esternazioni, merita fare il punto della situazione.

Precisiamo subito che, come risparmio previdenziale, il buon vecchio TFR ha funzionato in modo egregio in periodi di alta inflazione: +10% di rivalutazione nel 2022 rispetto a perdite medie del fra il 10 e 11% della previdenza integrativa. Ha rispettato le promesse in tempi di bassa inflazione e ha offerto rendimenti fra i più alti con deflazione e tassi negativi. Difficile trovare di meglio per un risparmiatore non incline agli azzardi borsistici. Sull’altro versante, cioè per il datore di lavoro, è una fonte di finanziamento a condizioni ragionevoli. È odiato e attaccato solo da soggetti in conflitto d’interesse: banche, gestori, assicurazioni, sindacati non di base e associazioni padronali, con giornalisti al seguito. Insomma da chi può trarre vantaggi in un modo o nell’altro se esso è trasferito alla previdenza integrativa.

Ciò chiarito, facciamo due discorsi. Per cominciare è sempre odioso estorcere un accordo col silenzio-assenso, cioè obbligare uno ad attivarsi per impedire che gli cambino le carte in tavola. Si tratta di una furbata per incastrare le persone distratte, meno pronte, non sempre sul chi vive o momentaneamente in difficoltà. Insomma, per approfittare dei più deboli.

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