| Fonte: Il Fatto Quotidiano 24 novembre 2025 |
Tali iniziative - analogo discorso vale per l’iscrizione automatica di tutti i dipendenti prevista da alcuni contratti di lavoro - concorrono a gonfiare surrettiziamente la percentuale delle adesioni alla previdenza integrativa, decisamene bassa. Questa è una spina nel fianco di quanti ne traggono profitti, prebende o poltrone. Se è una tale meraviglia, perché tanti la rimutano? Mettiamoci dentro anche i poppanti. Magari non verseranno poi più nulla, ma fanno numero.
Iscrivere un bambino in un fondo pensione o simile non è solo una scelta costosa, rischiosa e senza trasparenza, come ogni euro messo nella previdenza complementare. È peggio per più motivi. Per cominciare i soldi vi restano bloccati di regola per un tempo indefinito ma lunghissimo, cioè fino all’età della pensione grosso modo nel decennio 2085-2095.
Accettare un tale vincolo è insensato. È infatti solo una frottola, veicolata dalla cosiddetta educazione finanziaria, che convenga aderire alla previdenza integrativa il prima possibile. Si dimostra matematicamente che è vero il contrario.
I risparmi versati in un fondo pensione o simile sono erosi da costi e spese. Basta un 1% l’anno per abbatterli del 48% nell’arco di 65 anni e non risolvono certo il problema i pochi spiccioli versati dalla Regione o dallo Stato che sia.
Saranno poi esposti per 65 all’inflazione, in barba alle protezioni formali previste per linee garantite o simili. Basta un 2% medio di inflazione, perché una protezione nominale in 65 anni copra solo il 27% in potere d’acquisto.
In compenso fa piacere che il presidente della Regione Arno Kompatscher si attenda solo “un’adesione pari al 20% dei potenziali beneficiari”. Si aspetta cioè che l’80% dei suoi concittadini ragioni con la propria testa e risponda: “No, grazie”.
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