Questa domenica, come capita di tanto in tanto, usciamo dai normali argomenti trattati attraverso questo blog, e segnaliamo una recente ordinanza della Suprema Corte di Cassazione (Sez. V^ Civ.) che affronta i rapporti di famiglia ed in particolare eventuali passaggi di denaro che intervengono tra parenti.
E' chiaro che anche per tali dazioni di denaro può sorgere il problema della possibile tassazione da parte del fisco, in particolare laddove dietro queste operazioni vi potrebbe essere un tentativo di eludere il pagamento delle imposte.
E' chiaro che il caso affrontato dal giudice di legittimità è abbastanza estremo, in particolare sotto il profilo della somma oggetto di contestazione, ma riteniamo che questa vicenda possa offrire spunti interessanti anche per importi più modesti e necessità più limitate.
- Il caso: oltre 8,2 milioni di euro trasferiti in famiglia
La vicenda esaminata dalla Corte di cassazione prende le mosse da un trasferimento patrimoniale di 8.219.248,24 euro, costituito da denaro e titoli detenuti all’estero e attribuiti a una contribuente e che ha acceso i fari dell'Agenzia delle Entrate.
Durante un controllo fiscale, la contribuente aveva spiegato che le somme provenivano dalla disponibilità bancaria della madre, escludendo che si trattasse di redditi personali, omettendo una qualsivoglia documentazione in merito alla causa del trasferimento, né dimostrato che il denaro fosse stato concesso a titolo di prestito.
L’Agenzia delle Entrate aveva quindi qualificato l’operazione come liberalità indiretta, applicando l’imposta sulle donazioni nella misura dell’8%.
La contribuente aveva contestato l’accertamento, sostenendo, tra l’altro, che non fosse sufficiente dichiarare di aver ricevuto del denaro per dimostrare l’esistenza di una donazione e che, in ogni caso, dovesse applicarsi l’aliquota ridotta prevista per i trasferimenti tra parenti in linea retta.
La Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità della pretesa fiscale, ma con l'occasione ha voluto offrire alcune precisazioni di indubbio interesse.
- Quando un bonifico diventa una liberalità indiretta
Il punto centrale dell’ordinanza riguarda il rapporto tra la dichiarazione resa al Fisco e la qualificazione giuridica del trasferimento.
Secondo la Corte, non è necessario che il contribuente utilizzi espressamente la parola "donazione" o riconosca formalmente che l’operazione costituisce una liberalità indiretta.
Ciò che conta è che dalla dichiarazione emerga l’attribuzione patrimoniale gratuita: (A) da una parte, l’arricchimento del beneficiario; (B) dall’altra, il corrispondente impoverimento di chi ha trasferito il denaro, senza una controprestazione.
Una volta emerso questo dato, spetta all’Amministrazione finanziaria qualificare giuridicamente l’operazione.
Il semplice fatto di dichiarare che il denaro proviene da un familiare, tuttavia, non equivale automaticamente a una donazione, ma risulta necessario che la parte beneficiaria offra ulteriori elementi che avvalorino la dichiarazione resa.
In termini più semplici, non ci si può fermare al contenuto formale (la dichiarazione resa dal contribuente), ma si deve approfondire il contenuto effettivo della dichiarazione e gli elementi che consentono di ricostruire la natura del trasferimento.
Nel caso esaminato, la contribuente aveva escluso che le somme fossero reddito, ma non aveva fornito una spiegazione alternativa adeguatamente documentata.
La ricostruzione del giudice tributario si fondava anche sull’assenza di prova di un obbligo di restituzione e sull’insufficienza degli elementi prodotti a sostegno del presunto prestito.
- Il prestito familiare deve essere dimostrabile (denaro donato ≠ denaro prestato)
Uno degli aspetti più importanti della decisione riguarda la distinzione tra denaro donato e denaro prestato.
Nel nostro caso, la contribuente aveva sostenuto che il trasferimento fosse riconducibile a un mutuo infruttifero, cioè a un prestito senza interessi. Tuttavia, questa spiegazione era stata prospettata soltanto nel 2019, quando l’attività di controllo fiscale era già iniziata.
Non risultavano adeguatamente documentate le ragioni del finanziamento, le condizioni della restituzione e l’effettivo collegamento tra i versamenti restitutori e la somma originariamente trasferita. Anche le restituzioni parziali non sono state ritenute sufficienti a dimostrare l’esistenza del prestito.
La Corte ha inoltre confermato la valutazione complessiva degli elementi indiziari effettuata dai giudici di merito.
La decisione non stabilisce che ogni prestito tra familiari debba necessariamente essere accompagnato da un contratto scritto a pena di invalidità. Evidenzia, però, quanto sia importante poter dimostrare la reale natura dell’operazione, soprattutto quando gli importi sono rilevanti e interviene un controllo fiscale: ciò che assume rilievo, quindi, è anche il valore oggetto di prestito anche in relazione al reddito delle parti coinvolte.
Chi presta denaro a un familiare dovrebbe predisporre una documentazione coerente con l’effettiva operazione, indicando importo, data, gratuità o eventuali interessi e modalità di restituzione. Anche i bonifici dovrebbero riportare causali chiare e compatibili con il rapporto sottostante.
La documentazione, naturalmente, deve corrispondere a un prestito realmente concordato e non essere predisposta a posteriori per giustificare un trasferimento di natura diversa.



