domenica 8 novembre 2026

Truffa SMS banca: quando il cliente perde il diritto al rimborso. La decisione ABF n. 4274/2026

In questi ultimi mesi si sono moltiplicate le segnalazioni arrivate in associazione (sos@consumatoreinformato.it) di consumatori che hanno ricevuto un SMS apparentemente proveniente dalla banca, ovvero una telefonata del falso ufficio antifrode e si sono visti sottratti migliaia di euro.

Ma la banca non è responsabile per questi ammanchi? l'intermediario non deve effettuare alcun controllo? 

Uno di questi casi è stato affrontato dall'Arbitro per le controversie Bancarie e Finanziarie (ABF), chiamato a decidere il caso di un cliente di un istituto di credito a cui erano stati sottratti oltre 5.000,00 euro attraverso una astuta truffa digitale. 

La vicenda affrontata, e risolta, dal Collegio di Coordinamento ABF ha respinto il ricorso, ritenendo corretta la condotta tenuta dalla banca: decisive la regolarità dell'autenticazione e la colpa grave della cliente, ossia due principi che cari consumatori dovrete tenere in considerazione quando vi trovate in questo tipo di vicissitudini.


1.- La truffa: il falso operatore bancario

La storia che vi stiamo raccontando prende avvio con un SMS ove viene segnalato un bonifico sospetto e viene invitato il consumatore a contattare telefonicamente un numero telefonico per bloccarlo. 

Dall'altra parte risponde un sedicente operatore antifrode che, prospettando il rischio di ulteriori addebiti, convince la vittima a effettuare alcuni pagamenti.

Questo è ciò che, in breve, è accaduto ad una malcapitata cliente di una banca, ed esaminato nella decisione n. 4274 del 12 maggio 2026 del Collegio di Coordinamento dell'Arbitro Bancario Finanziario (ABF).

La donna, dopo aver ricevuto un messaggio apparentemente riconducibile alla propria banca, effettuava un bonifico di 4.225,77 euro verso un conto indicatole dal truffatore. Successivamente disponeva un ulteriore pagamento di 850 euro, convinta di dover proteggere il denaro depositato presso un altro intermediario.

Accortasi della frode, chiedeva alla banca la restituzione dei 5.075,77 euro complessivamente contestati. L'intermediario negava il rimborso e la cliente si rivolgeva all'ABF, che ha respinto il ricorso.


2.- La banca deve dimostrare la regolarità delle operazioni

Un primo punto fondamentale che deve essere valutato in questo tipo di vicende è la condotta tenuta dalla banca, la quale deve fornire la prova di essersi comportata in modo corretto.

La questione è regolata dal decreto legislativo n. 11/2010, che disciplina i servizi di pagamento e recepisce la normativa europea PSD2, ed in particolare l'art. 10 secondo il quale nel caso di operazione disconosciuta, la banca è tenuta a dimostrare che il pagamento è stato autenticato, correttamente registrato e contabilizzato e che non è stato interessato da malfunzionamenti: "Qualora l'((utente)) di servizi di pagamento neghi di aver autorizzato un'operazione di pagamento già eseguita o sostenga che questa non sia stata correttamente eseguita, è onere del prestatore di servizi di pagamento provare che l'operazione di pagamento è stata autenticata, correttamente registrata e contabilizzata e che non ha subito le conseguenze del malfunzionamento delle procedure necessarie per la sua esecuzione o di altri inconvenienti.".

La semplice registrazione dell'operazione nei sistemi informatici non basta, da sola, a provare che il cliente l'abbia autorizzata o abbia agito con colpa grave.

Nel caso esaminato, il Collegio ha ritenuto che la cliente avesse fornito un contributo soltanto parziale alla fase autorizzativa. Ha quindi verificato la conformità delle procedure bancarie alle regole sull'autenticazione forte e, successivamente, la condotta della ricorrente.


3.- Segue: cosa sono le regole sull'autenticazione forte - quando il sistema della banca è conforme

L'autenticazione forte del cliente, nota come SCA ("Strong Customer Authentication"), richiede generalmente almeno due fattori indipendenti appartenenti a categorie differenti: conoscenza, possesso o inerenza, come una password, un dispositivo di sicurezza o un dato biometrico.

Il Collegio di Coordinamento ha affrontato due questioni interpretative.

(A)

La prima riguarda la possibilità, in presenza delle condizioni previste dalla normativa europea, di accedere al conto utilizzando un solo fattore e riutilizzarlo per autorizzare un pagamento, associandolo a un secondo fattore di natura diversa. La procedura è ammessa, tra l'altro, se accesso e pagamento avvengono nella stessa sessione, è garantito il collegamento dinamico con l'operazione e non sono trascorsi più di 180 giorni dall'ultima autenticazione forte.

(B)

La seconda questione riguarda il CVV (Card Verification Value, ossia Valore di Verifica della Carta) dinamico utilizzato nei pagamenti online. Nel caso concreto, il Collegio ha ritenuto conforme alla SCA il sistema che prevedeva la generazione del CVV dinamico durante la procedura di accesso e la successiva conferma mediante un codice OTP ricevuto via SMS.

La decisione non significa che qualsiasi procedura basata su CVV dinamico e OTP sia automaticamente regolare: la conformità deve essere valutata considerando il sistema concretamente utilizzato e la documentazione prodotta dall'intermediario.


4.- Colpa grave del cliente: perché il rimborso è stato negato

Secondo aspetto oggetto della verifica portata avanti dall'ABF è il comportamento tenuto dal cliente durante l'intera vicenda ed è chiaro che, ai fini dell'esito positivo o meno della richiesta risarcitoria, tale aspetto è tutt'altro che secondario.

Anzi, il punto decisivo della decisione è stata proprio la valutazione della condotta della cliente ed in particolare la sua colpa grave.

La colpa grave del cliente non coincide con qualsiasi errore o disattenzione: indica una negligenza particolarmente seria, da accertare sulla base delle circostanze concrete. Il fatto che una persona sia caduta in una truffa non comporta, da solo, la perdita del diritto al rimborso.

L'articolo 10, comma 2, del decreto legislativo n. 11/2010 pone a carico del prestatore di servizi di pagamento l'onere di provare la frode, il dolo o la colpa grave dell'utilizzatore, secondo quanto previsto dalla norma. 

La corretta autenticazione dell'operazione non dimostra automaticamente la colpa grave.

Nel caso esaminato, l'ABF ha individuato una serie di elementi convergenti:

- l'SMS conteneva errori grammaticali e di punteggiatura;

- il numero telefonico indicato non era riconducibile alla banca ed era stato segnalato online in relazione a truffe;

- la cliente aveva comunicato codici OTP a uno sconosciuto senza verificarne l'identità attraverso i canali ufficiali;

- non aveva prestato attenzione alla mancata ricezione di una comunicazione nell'app bancaria;

- aveva effettuato un bonifico per bloccare un presunto addebito fraudolento.

Quest'ultimo comportamento è particolarmente significativo: trasferire denaro su indicazione di un presunto addetto antifrode non è una normale procedura di sicurezza bancaria.

Valutati complessivamente, questi elementi hanno indotto il Collegio a ravvisare la colpa grave della cliente. Avendo inoltre ritenuto regolari le procedure di autenticazione e assente una responsabilità dell'intermediario, l'ABF ha respinto la richiesta di rimborso.

La decisione, tuttavia, non stabilisce che tutte le vittime di SMS spoofing o vishing perdano il diritto alla restituzione delle somme: ogni controversia richiede un esame concreto delle modalità della frode, degli obblighi della banca e del comportamento del cliente.


5.- Come difendersi dalle truffe bancarie

Per proteggersi è importante non chiamare i numeri indicati nei messaggi sospetti, ma contattare la banca attraverso i recapiti ufficiali. Non bisogna comunicare password o codici OTP a chi telefona, né effettuare bonifici per bloccare presunti addebiti.

Se si scopre una frode, occorre contattare immediatamente l'intermediario, bloccare gli strumenti compromessi, contestare le operazioni, conservare i messaggi e le altre prove disponibili e presentare denuncia.

Se la banca rifiuta il rimborso, è opportuno verificare se abbia effettivamente dimostrato la regolarità delle operazioni e gli eventuali presupposti della responsabilità del cliente. In presenza dei requisiti previsti, è possibile valutare un reclamo formale e il ricorso all'ABF.


La decisione n. 4274/2026 offre un'indicazione importante: il fatto che un pagamento risulti autenticato non basta, da solo, a dimostrare che il cliente lo abbia consapevolmente autorizzato o abbia agito con colpa grave. 

La banca deve fornire la prova richiesta dalla normativa.

Allo stesso tempo, il consumatore deve prestare attenzione alle richieste anomale, soprattutto quando viene invitato a comunicare codici di sicurezza o a trasferire denaro per presunti motivi di protezione.

La colpa grave deve essere valutata caso per caso e non può essere presunta per il solo fatto che la truffa sia riuscita. Nella vicenda esaminata, il rigetto è dipeso dalla combinazione di diversi segnali d'allarme e comportamenti imprudenti, oltre che dalla prova della regolarità delle procedure bancarie.

La tutela dei consumatori richiede quindi due cose: banche in grado di dimostrare il rispetto degli obblighi di sicurezza e clienti informati sui rischi e sulle precauzioni da adottare.

ABF - Collegio di coordinamento - decisione n. 4274/2026

sabato 7 novembre 2026

Attenti alle maxi bollette gas e luce: scrivi a sos@consumatoreinformato.it e cerchiamo una soluzione

Hai ricevuto una maxi bolletta di luce o gas relativa a vecchi consumi? 

Prima di pagare, controlla a cosa si riferiscono gli importi richiesti.

Da anni la legge prevede, per i consumi di energia elettrica e gas, una prescrizione biennale. Questo significa che, in presenza dei presupposti previsti dalla normativa, gli importi relativi a consumi risalenti a più di due anni possono non essere più dovuti.

Ma attenzione: non basta guardare soltanto la data della bolletta. Bisogna verificare il periodo dei consumi, le modalità con cui sono stati fatturati e l'eventuale presenza di circostanze che incidono sulla prescrizione.

Per questo Consumatore Informato lancia una campagna rivolta a tutti coloro che hanno ricevuto bollette con conguagli, ricalcoli o importi riferiti a consumi molto vecchi.

- HAI RICEVUTO UNA BOLLETTA CON CONGUAGLI VECCHI?

Non ignorarla e non pagare automaticamente senza aver prima verificato la situazione.

Scrivici a: sos@consumatoreinformato.it

Inviaci la bolletta e la documentazione disponibile: potremo verificare con te se esistono profili di prescrizione o altre criticità da contestare.

Quando può scattare la prescrizione biennale?

La disciplina introdotta dalla Legge 27 dicembre 2017, n. 205 ha previsto, nei rapporti relativi alle forniture di energia elettrica e gas naturale, un termine di prescrizione di due anni per i corrispettivi relativi ai consumi.

La disciplina è stata successivamente modificata, anche dalla Legge n. 160/2019, e attuata attraverso la regolazione dell'ARERA.

Per questo motivo, quando una bolletta contiene importi riferiti a consumi risalenti a più di due anni, è importante verificare se quei crediti siano effettivamente prescritti prima di procedere al pagamento.

Un esempio

Ricevi oggi una bolletta che contiene un ricalcolo relativo anche a consumi effettuati molti mesi o anni prima. La bolletta potrebbe comprendere sia importi recenti, sia importi riferiti a periodi per i quali è necessario verificare la prescrizione.

Non bisogna quindi confondere la data della bolletta con il periodo cui si riferiscono i consumi.

Controlla la bolletta: il fornitore deve indicare gli importi ultra biennali

La regolazione ARERA prevede specifiche informazioni quando una fattura contiene importi relativi a consumi risalenti a più di due anni.

In particolare, quando ricorrono le condizioni previste dalla disciplina, la bolletta deve informare
il cliente della presenza di tali importi e della possibilità di eccepire la prescrizione.

Per questo, davanti a una richiesta di pagamento particolarmente elevata, è sempre opportuno controllare:

il periodo dei consumi cui si riferisce la fattura;

se si tratta di consumi effettivi o stimati;

se sono presenti ricalcoli o conguagli;

la presenza di importi relativi a periodi superiori a due anni;

le eventuali motivazioni indicate dal fornitore per la fatturazione tardiva.

Non limitarti a telefonare al call center

Se ritieni che una parte della bolletta possa essere prescritta, è importante formulare una contestazione scritta, in modo da poter dimostrare quando e come hai eccepito la prescrizione.

Puoi utilizzare la PEC oppure, quando necessario, una raccomandata con ricevuta di ritorno.

Se hai contestato per iscritto gli importi ma continui a ricevere richieste di pagamento, solleciti o comunicazioni da società di recupero crediti, non ignorare la situazione.

Conserva la bolletta, il reclamo inviato, la ricevuta PEC o della raccomandata e tutte le successive comunicazioni ricevute.

Se la controversia non viene risolta, per le forniture di energia elettrica e gas può essere valutato anche il ricorso alla procedura di conciliazione prevista dall'ARERA, oltre agli eventuali ulteriori strumenti di tutela applicabili al caso concreto.

Se hai ricevuto una bolletta con conguagli o ricalcoli relativi a consumi molto vecchi, scrivici a sos@consumatoreinformato.it.

venerdì 6 novembre 2026

Comprare casa con difformità catastali o edilizie: i controlli da fare prima del rogito

Una casa può sembrare perfettamente in ordine e avere invece problemi nei documenti catastali o urbanistici. Prima di firmare una proposta o un preliminare, è importante capire che cosa si sta realmente acquistando (per un aiuto puoi scrivere a sos@consumatoreinformato.it).

Comprare casa è una delle decisioni economiche più importanti nella vita. Proprio per questo non basta visitare l'immobile, controllare che sia di proprio gradimento e verificare che il prezzo sia quello desiderato.

Prima di impegnarsi nell'acquisto occorre accertare che la casa reale corrisponda alla casa descritta nei documenti.

Una parete spostata, una stanza ricavata dividendo un ambiente, un balcone chiuso, una veranda, un ampliamento o una diversa distribuzione interna possono sembrare modifiche di poco conto. Ma non sempre lo sono.

E soprattutto: Catasto e Comune non sono la stessa cosa.

E' evidente che in questo caso, il compratore deve affidarsi ad un suo professionista di fiducia (non fatevi seguire dal geometra dell'agenzia immobiliare) per il controllo di tutti gli aspetti relativi all'immobile.


1) La prima verifica: la casa corrisponde alla planimetria catastale?

Il primo controllo riguarda la planimetria catastale.

Bisogna confrontarla con lo stato effettivo dell'abitazione: posizione delle pareti, porte, finestre, locali, bagni e altri elementi rappresentati nella planimetria.

Se ciò che si vede entrando in casa non corrisponde a ciò che risulta dalla planimetria, è necessario comprendere (1) quali siano le differenze e (2) perché vi sono queste distinzioni.

Non tutte le difformità hanno la stessa gravità e non tutte comportano necessariamente l'impossibilità di vendere l'immobile. Ma ricordatevi che non spetta all'acquirente stabilire da solo se una modifica sia irrilevante, regolarizzabile o abusiva.

Come anticipato, è il momento di coinvolgere un tecnico.


2) Attenzione: conformità catastale e regolarità urbanistica sono due cose diverse

Questo è probabilmente il controllo più importante ed è quello relativo al Catasto.

Quest'ultimo ha una funzione essenzialmente fiscale e la presenza di una planimetria aggiornata non dimostra, da sola, che tutte le opere realizzate nell'immobile siano state autorizzate dal Comune.

Può, quindi, accadere che una modifica sia rappresentata correttamente al Catasto ma non trovi corrispondenza nei titoli edilizi presenti presso gli uffici dell'amministrazione comunale.

Per questo, oltre alla documentazione catastale, occorre verificare la situazione urbanistico-edilizia dell'immobile e ricostruire il suo stato legittimo, attraverso i titoli edilizi e la documentazione comunale disponibile.

È una verifica diversa da quella catastale e può richiedere l'intervento di un geometra, architetto o ingegnere.


3) E se il problema riguarda la struttura della casa?

Qui la questione può diventare ancora più delicata. Una difformità non riguarda necessariamente soltanto la distribuzione interna degli ambienti. 

Possono emergere problemi relativi a opere strutturali, modifiche che interessano muri portanti, ampliamenti, sopraelevazioni o interventi che avrebbero richiesto specifici adempimenti sotto il profilo edilizio e, quando necessario, strutturale o sismico.

In questi casi, non è sufficiente una semplice verifica catastale e la aa domanda da porsi non è soltanto "la modifica è indicata in Catasto?", ma anche: "L'opera è stata realizzata legittimamente e nel rispetto delle norme applicabili?"

Una risposta affidabile può arrivare soltanto da un professionista competente dopo l'esame della documentazione e, se necessario, dello stato dei luoghi.


4) Non aspettare il rogito per scoprire il problema

Uno degli errori più frequenti è pensare che tutti i controlli saranno fatti dal notaio il giorno della compravendita.

Scordatevelo!

Il notaio svolge i controlli giuridici che rientrano nella sua funzione, ma la verifica tecnica della corrispondenza tra immobile, planimetria, titoli edilizi e stato di fatto richiede una specifica competenza tecnica.

Per questo è prudente effettuare le verifiche prima di firmare documenti che impegnano all'acquisto.

Una relazione tecnica urbanistico-catastale può consentire di individuare preventivamente le difformità e di capire se siano regolarizzabili, quali costi comportino e quanto tempo possa essere necessario.


5) E se la difformità viene scoperta dopo la proposta?

La situazione diventa più delicata perché l'acquirente potrebbe avere già assunto obblighi contrattuali.

Per questo, quando la documentazione non è completa o esistono dubbi sulla regolarità dell'immobile, è opportuno evitare formule generiche come:

"la casa è in regola" senza che tale affermazione sia stata verificata.

Se la compravendita deve comunque procedere mentre è in corso una regolarizzazione, gli impegni devono essere messi per iscritto.

Occorre indicare almeno:

- quale difformità è stata riscontrata;

- quale pratica deve essere presentata;

- chi deve occuparsi della regolarizzazione;

- chi sostiene i costi;

- entro quale termine deve essere completata;

- quali conseguenze si producono se la regolarizzazione non viene ottenuta.

In molti casi la soluzione più prudente è rinviare il rogito fino alla conclusione delle verifiche e degli adempimenti necessari.

lunedì 2 novembre 2026

domenica 1 novembre 2026

Bonifico da genitore a figlio: la Cassazione chiarisce quando il Fisco può tassare all’8%

Questa domenica, come capita di tanto in tanto, usciamo dai normali argomenti trattati attraverso questo blog, e segnaliamo una recente ordinanza della Suprema Corte di Cassazione (Sez. V^ Civ.) che affronta i rapporti di famiglia ed in particolare eventuali passaggi di denaro che intervengono tra parenti.

E' chiaro che anche per tali dazioni di denaro può sorgere il problema della possibile tassazione da parte del fisco, in particolare laddove dietro queste operazioni vi potrebbe essere un tentativo di eludere il pagamento delle imposte.

E' chiaro che il caso affrontato dal giudice di legittimità è abbastanza estremo, in particolare sotto il profilo della somma oggetto di contestazione, ma riteniamo che questa vicenda possa offrire spunti interessanti anche per importi più modesti e necessità più limitate.


- Il caso: oltre 8,2 milioni di euro trasferiti in famiglia

La vicenda esaminata dalla Corte di cassazione prende le mosse da un trasferimento patrimoniale di 8.219.248,24 euro, costituito da denaro e titoli detenuti all’estero e attribuiti a una contribuente e che ha acceso i fari dell'Agenzia delle Entrate.

Durante un controllo fiscale, la contribuente aveva spiegato che le somme provenivano dalla disponibilità bancaria della madre, escludendo che si trattasse di redditi personali, omettendo una qualsivoglia documentazione in merito alla causa del trasferimento, né dimostrato che il denaro fosse stato concesso a titolo di prestito.

L’Agenzia delle Entrate aveva quindi qualificato l’operazione come liberalità indiretta, applicando l’imposta sulle donazioni nella misura dell’8%.

La contribuente aveva contestato l’accertamento, sostenendo, tra l’altro, che non fosse sufficiente dichiarare di aver ricevuto del denaro per dimostrare l’esistenza di una donazione e che, in ogni caso, dovesse applicarsi l’aliquota ridotta prevista per i trasferimenti tra parenti in linea retta.

La Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità della pretesa fiscale, ma con l'occasione ha voluto offrire alcune precisazioni di indubbio interesse.


- Quando un bonifico diventa una liberalità indiretta

Il punto centrale dell’ordinanza riguarda il rapporto tra la dichiarazione resa al Fisco e la qualificazione giuridica del trasferimento.

Secondo la Corte, non è necessario che il contribuente utilizzi espressamente la parola "donazione" o riconosca formalmente che l’operazione costituisce una liberalità indiretta.

Ciò che conta è che dalla dichiarazione emerga l’attribuzione patrimoniale gratuita: (A) da una parte, l’arricchimento del beneficiario; (B) dall’altra, il corrispondente impoverimento di chi ha trasferito il denaro, senza una controprestazione.

Una volta emerso questo dato, spetta all’Amministrazione finanziaria qualificare giuridicamente l’operazione.

Il semplice fatto di dichiarare che il denaro proviene da un familiare, tuttavia, non equivale automaticamente a una donazione, ma risulta necessario che la parte beneficiaria offra ulteriori elementi che avvalorino la dichiarazione resa. 

In termini più semplici, non ci si può fermare al contenuto formale (la dichiarazione resa dal contribuente), ma si deve approfondire il contenuto effettivo della dichiarazione e gli elementi che consentono di ricostruire la natura del trasferimento.

Nel caso esaminato, la contribuente aveva escluso che le somme fossero reddito, ma non aveva fornito una spiegazione alternativa adeguatamente documentata. 

La ricostruzione del giudice tributario si fondava anche sull’assenza di prova di un obbligo di restituzione e sull’insufficienza degli elementi prodotti a sostegno del presunto prestito.


- Il prestito familiare deve essere dimostrabile (denaro donato ≠ denaro prestato)

Uno degli aspetti più importanti della decisione riguarda la distinzione tra denaro donato e denaro prestato.

Nel nostro caso, la contribuente aveva sostenuto che il trasferimento fosse riconducibile a un mutuo infruttifero, cioè a un prestito senza interessi. Tuttavia, questa spiegazione era stata prospettata soltanto nel 2019, quando l’attività di controllo fiscale era già iniziata.

Non risultavano adeguatamente documentate le ragioni del finanziamento, le condizioni della restituzione e l’effettivo collegamento tra i versamenti restitutori e la somma originariamente trasferita. Anche le restituzioni parziali non sono state ritenute sufficienti a dimostrare l’esistenza del prestito.

La Corte ha inoltre confermato la valutazione complessiva degli elementi indiziari effettuata dai giudici di merito.

La decisione non stabilisce che ogni prestito tra familiari debba necessariamente essere accompagnato da un contratto scritto a pena di invalidità. Evidenzia, però, quanto sia importante poter dimostrare la reale natura dell’operazione, soprattutto quando gli importi sono rilevanti e interviene un controllo fiscale: ciò che assume rilievo, quindi, è anche il valore oggetto di prestito anche in relazione al reddito delle parti coinvolte.

Chi presta denaro a un familiare dovrebbe predisporre una documentazione coerente con l’effettiva operazione, indicando importo, data, gratuità o eventuali interessi e modalità di restituzione. Anche i bonifici dovrebbero riportare causali chiare e compatibili con il rapporto sottostante.

La documentazione, naturalmente, deve corrispondere a un prestito realmente concordato e non essere predisposta a posteriori per giustificare un trasferimento di natura diversa.

sabato 31 ottobre 2026

Michelangelo Hotel: nullo il contratto, cancellato il debito da 11.000 euro

Hai acquistato un certificato vacanze, paghi spese di gestione ogni anno e non riesci a capire quali soggiorni ti spettino davvero? 

Oppure hai ricevuto una richiesta di pagamento o un decreto ingiuntivo da Elodie S.A.? 

Una decisione del Tribunale di Monza dimostra che anche questi contratti possono essere contestati, liberando il consumatore dal debito contratto con Elodie S.A..

Il Tribunale di Monza, infatti, ha dichiarato nullo un contratto di adesione a Michelangelo Hotel & Resort, revocando un decreto ingiuntivo con il quale venivano richiesti a un consumatore oltre 11.000 euro, tra somme ancora dovute per l'acquisto del certificato e spese di gestione annuali.

E' chiaro che questa decisione non risolve i problemi di tutti i consumatori, ed ogni vicenda ha le sue peculiarità e merita di essere valutata singolarmente e con dovuta attenzione (per info puoi scrivere a info@consumatoreinformato.it).

Il caso affronta un problema che riguarda chi acquista certificati di adesione, diritti vacanza e prodotti turistici di lunga durata: pagare migliaia di euro e assumere obblighi per anni senza sapere con precisione quali servizi si stanno acquistando e quali costi si dovranno sostenere.

Non basta, infatti, chiamare un contratto «certificato vacanze» o «iscrizione a un club» per sottrarlo alle regole di tutela dei consumatori.


1. Il contratto per le vacanze diventa un debito di oltre 11.000 euro

La vicenda nasce dall'acquisto di un primo certificato di adesione a un club vacanze, pagato circa 19.500 euro.

Durante un soggiorno, al consumatore viene proposta una nuova operazione commerciale: un upgrade, cioè la sostituzione del precedente certificato con uno nuovo, relativo a due posti letto più uno.

Il nuovo contratto, sottoscritto il 23 luglio 2020, prevedeva il ritiro del vecchio certificato, un ulteriore pagamento di 9.000 euro e il versamento di spese di gestione annuali.

Di fatto, però, il consumatore veniva fatto aderire ad un nuovo club, Michelangelo Hotel &


Resort, gestito dalla società svizzera Elodie. 
Il consumatore paga soltanto la prima rata e una quota di gestione. 

Successivamente contesta l'operazione, sostenendo di non avere mai ricevuto il nuovo certificato e di non avere potuto comprendere adeguatamente il contenuto del contratto.


2.- Il Tribunale di Monza: contratto poco chiaro - cancellato il debito

Elodie, invece di rinunciare alle somme contestate, ottiene un decreto ingiuntivo per oltre 11.000 euro e costringe il consumatore ad opporsi al decreto e chiedere al giudice di accertare la nullità del contratto.

Il risultato? Il Tribunale di Monza dichiara nullo il contratto e revoca il decreto ingiuntivo. Viene così meno il titolo sul quale si fondava la richiesta di pagamento della società.

Il consumatore, quindi, viene liberato dall'obbligo di pagare il contratto con Elodie, nonché le spese di gestione per gli anni successivi.

venerdì 30 ottobre 2026

Telemarketing illecito, stangata AGCOM: oltre 822 mila euro di sanzioni e 191 milioni di chiamate bloccate

Fonte: comunicato stampa
12 ottobre 2026
Nell’ambito dell’attività di vigilanza sul corretto utilizzo delle numerazioni per finalità di teleselling e telemarketing iniziata nel novembre 2025 sulla base di numerose segnalazioni, AGCOM ha avviato due procedimenti sanzionatori nei confronti delle società Retelit Digital Services S.p.A. e Tekmind S.r.l.

Con le delibere n. 229/26/CONS e 230/26/CONS del 23 settembre 2026, l’Autorità ha adottato due provvedimenti di ordinanza ingiunzione con l’irrogazione di sanzioni pari, rispettivamente, a euro 700.000,00 e 122.500,00.

Le fattispecie oggetto di contestazione hanno riguardato la mancata attuazione delle misure stabilite dall’Autorità, cui sono obbligati i soggetti assegnatari delle numerazioni, consistenti nella verifica della correttezza delle numerazioni utilizzate dai call center, inclusa la generazione di numerazioni tramite la tecnica dello spoofing, e nella gestione della numerazione assegnata secondo canoni di diligenza.  

Si è infatti potuto constatare che i filtri implementati dagli operatori sulle chiamate internazionali con numeri italiani, ai sensi della delibera n. 106/25/CONS, hanno impedito la consegna ai cittadini italiani di decine di milioni di chiamate illecite, originate dall’estero con numero italiano, effettuate ai fini di teleselling e telemarketing. 

Ciò ha consentito di circoscrivere la pratica illegale mediante numeri italiani all’interno del territorio nazionale. In tal modo, a partire dalle segnalazioni, l’Autorità ha potuto risalire agli operatori e call center che hanno posto in essere, in Italia, condotte non conformi alla normativa.  

L’introduzione dei filtri sulle chiamate internazionali ha consentito una significativa riduzione del fenomeno; l’attività sanzionatoria e regolamentare potrà contribuire a scoraggiare ulteriormente tali pratiche originate dal territorio nazionale.

domenica 25 ottobre 2026

Hai firmato? Non significa che la PA possa comunicare tutti i tuoi dati

Non è vero che può bastare una generica firma per autorizzare coloro che trattano i dati personali ad utilizzarli in modo non regolare.

E questa regola vale anche per la Pubblica Amministrazione, la quale non può, con una semplice X, comunicare dati personali non necessari e violare le norme privacy.

Una richiesta di accesso alla Pubblica Amministrazione può contenere diversi dati personali: nome, indirizzo, numero di telefono. 

Ma cosa succede se l’amministrazione, per informare un controinteressato, gli trasmette l’intera richiesta, compresi dati che non gli servono?

A questa domanda ha risposto il Garante per la protezione dei dati personali con il provvedimento n. 381 del 28 maggio 2026 con cui ha bacchettato l'Università di Bari.


a.- Il caso

Nella vicenda oggetto dell'intervento del Garante, un cittadino aveva presentato all'Università degli studi di Bari Aldo Moro una richiesta di accesso civico generalizzato.

Poiché nella procedura era coinvolto un controinteressato, l'Università avrebbe dovuto informarlo della richiesta ricevuta dal terzo. 

Il problema è che, invece di limitarsi alle informazioni necessarie, l'amministrazione universitaria ha inviato l'istanza integrale, nella quale comparivano anche l'indirizzo di residenza e il numero di cellulare del richiedente.

Secondo il cittadino, quei dati non avrebbero dovuto essere comunicati.


b.- La difesa dell'Università: “Il cittadino aveva autorizzato il trattamento”

L'Ateneo, chiamato a rispondere della condotta contestata, aveva sostenuto di aver agito correttamente perché, in fondo alla richiesta, il cittadino aveva scritto:

“autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità connesse alla richiesta”.

A parere dell'Università, trattandosi di un'autorizzazione generica e senza limitazioni, questa avrebbe consentito anche la trasmissione integrale dell'istanza al controinteressato.


c.- Il Garante: non basta questa autorizzazione (troppo generica)

E il Garante per la tutela del dati personali ha risposto in senso negativo alla difesa addotta dall'Università di Bari, evidenziando che la mera sottoscrizione ad una generica dichiarazione non rende lecito ciò che è illecito. 

Il punto centrale del provvedimento è il principio di minimizzazione dei dati, previsto dall'art. 5, paragrafo 1, lettera c), del GDPR: "I dati personali sono: [...] adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati («minimizzazione dei dati»)".

I dati personali sono considerati adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alla finalità per cui vengono trattati e quindi occorre, al momento del valutare la liceità del consenso espresso, entro quale tipologia e finalità del trattamento è indirizzata la volontà espressa dal titolare.

Nel caso concreto, il controinteressato poteva avere diritto a conoscere l'identità del soggetto che aveva presentato la richiesta, ma non aveva alcuna necessità di conoscere il suo indirizzo di casa o il suo numero di cellulare.

Quei dati comunicati erano parzialmente corretti: si al nome del soggetto richiedente, no agli altri dati perché eccedenti rispetto alla finalità della comunicazione.

L'Università, secondo il Garante, avrebbe dovuto effettuare una valutazione preventiva e comunicare soltanto le informazioni effettivamente necessarie, eventualmente oscurando quelle non pertinenti.

E tale obbligo di valutazione rientra nell'area decisionale della Pubblica Amministrazione, la quale non può scaricare tale onere e responsabilità sul cittadino, giustificando che quest'ultimo aveva sottoscritto una formula generica di autorizzazione.

Spetta al titolare del trattamento, cioè alla Pubblica Amministrazione, verificare quali dati possano essere comunicati e quali debbano invece essere protetti, e tale protezione sussiste anche se il titolare dichiara di volervi rinunciare.

Nel caso di specie, peraltro, la generica clausola inserita in un modulo, anche se scritta in grassetto e sottolineata, però predisposto dalla stessa Università di Bari non può trasformarsi in un'autorizzazione indiscriminata alla diffusione dei dati personali.

Anche perché, a parere di chi scrive, la clausola predisposta dal soggetto che sottopone il modulo standardizzato alla firma della controparte, ove viene quest'ultimo dichiara “autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità connesse alla richiesta” sembra più finalizzata a tutelare il predisponente che il soggetto che firma il modulo (ossia il titolare dei dati personali).

Il Garante ha dichiarato illecito il trattamento effettuato dall'Università, ravvisando la violazione dei principi di liceità, correttezza e trasparenza e di minimizzazione dei dati, ammonendo l'Ateneo, senza applicazione di una sanzione pecuniaria.

Il Garante ha infatti considerato, tra gli altri elementi, che la vicenda riguardava un solo interessato, che l'Università aveva collaborato durante l'istruttoria, che non risultavano precedenti violazioni pertinenti e che l'Ateneo aveva già avviato una revisione delle proprie procedure interne.

Il provvedimento offre alcune indicazioni molto concrete che possiamo qui di seguito sottoporre al lettore.

Una firma generica non significa rinunciare alla privacy. Se un modulo contiene una formula del tipo “autorizzo il trattamento dei miei dati”, ciò non autorizza automaticamente l'amministrazione a comunicare qualsiasi informazione contenuta nell'istanza.

La Pubblica Amministrazione deve comunicare soltanto ciò che è necessario. Se un documento contiene dati personali eccedenti, questi devono essere esclusi dalla comunicazione o opportunamente oscurati.

Se i vostri dati vengono comunicati senza necessità, potete contestare il trattamento. È possibile chiedere all'amministrazione chiarimenti sulla finalità e sulla base giuridica della comunicazione e, se ritenete che vi sia stata una violazione della normativa, presentare un reclamo al Garante Privacy.

Di seguito, il provvedimento n. 381/2026.

sabato 24 ottobre 2026

BvtBanco Ltd, la falsa banca e i risparmiatori ingannati: come riconoscere una truffa finanziaria

Oltre 6 milioni di euro raccolti, più di 1,6 milioni sottoposti a sequestro e centinaia di risparmiatori coinvolti secondo le notizie diffuse sull'indagine. La vicenda di BvtBanco Ltd mostra come un investimento possa sembrare credibile anche quando mancano le garanzie fondamentali (per un aiuto/confronto puoi scrivere a sos@consumatoreinformato.it).

Riteniamo, alla luce degli ultimi eventi, vi proponiamo alcuni suggerimenti per evitare di cadere in queste truffe sempre più complesse e sofisticate.


(1) Una banca dall'aspetto credibile, ma senza le necessarie autorizzazioni

Quando segnaliamo delle truffe finanziarie, non sempre ci riferiamo a telefonate insistenti, messaggi sospetti, siti web ambigui o piattaforme online costruite per sottrarre denaro. 

La vicenda di BvtBanco Ltd, emersa da un'indagine della Guardia di Finanza di Torino, racconta qualcosa di diverso: un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe fatto leva soprattutto sulla fiducia personale, sull'apparenza di professionalità e sulla promessa di guadagni molto elevati.

In termini più semplici, un nuovo esempio di schema Ponzi o schema Madoff (come funziona questo schema? clicca qui).

Da quanto emerge, si tratterebbe di una presunta attività illecita svolta tra il 2021 e il 2023, periodo nel quale il gruppo avrebbe raccolto oltre 6 milioni di euro da centinaia di risparmiatori, proponendo investimenti collegati all'oro e alle criptovalute. 

Attività che non avrebbe portato alcun vantaggio verso i consumatori coinvolti, mentre i principali promotori sono oggetto di indagine e sono già stati oggetto, secondo quanto si legge, da provvedimenti di sequestrato di beni e disponibilità per oltre 1,6 milioni di euro. 

Si tratta di un provvedimento cautelare nell'ambito di un procedimento penale: le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi competenti.

Da quanto emerso dall'indagine, BvtBanco Ltd si presentava come una banca d'investimento di diritto londinese, con presenze in Italia e in Spagna, ma sarebbe stata priva delle necessarie autorizzazioni per svolgere l'attività finanziaria proposta.

Il punto è importante: un nome internazionale, una sede fisica e un'organizzazione che sembra professionale non dimostrano che un operatore sia autorizzato a raccogliere e investire il denaro dei risparmiatori.

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